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Il caso ILVA tra interesse generale, rischio sociale e… Costituzione disattesa.

di Paolo Brescia – Consigliere Nazionale Inrl ed economista

Negli ultimi anni la crisi dell’Ilva di Taranto ha portato lo Stato italiano a intervenire direttamente nella struttura societaria dell’azienda, assumendone una quota significativa attraverso Invitalia, l’agenzia pubblica che si occupa di investimenti e politiche industriali. L’ingresso dello Stato nel capitale della società aveva l’obiettivo dichiarato di garantire la continuità produttiva dell’impianto siderurgico più grande d’Europa; sostenere gli ingenti investimenti necessari per l’adeguamento ambientale e preservare un asset strategico per l’intera filiera dell’acciaio italiana. Nonostante l’intervento pubblico, l’Ilva continua purtroppo a vivere una fase critica caratterizzata da una produzione ai minimi storici, una incertezza sulla governance futura e crescenti tensioni tra esigenze di tutela ambientale, necessità occupazionali e competitività industriale. Il risultato è un quadro complesso, in cui la presenza dello Stato doveva garantire e mediare tutte le fasi critiche.

L’impatto sociale di un’eventuale chiusura dell’impianto.

La prospettiva di una chiusura dell’Ilva avrebbe un impatto sociale ed economico senza precedenti in Italia, con effetti sull’occupazione diretta e indiretta. Nello specifico migliaia di lavoratori dell’acciaieria perderebbero il posto di lavoro. Inoltre l’indotto, composto da imprese di logistica, manutenzione, trasporti e servizi, subirebbe un effetto domino devastante. Si stima che complessivamente l’area di Taranto e la regione Puglia potrebbero perdere decine di migliaia di posti di lavoro tra diretti e indiretti. Deve poi far riflettere un dato in particolare: Taranto è fortemente dipendente dall’Ilva, una chiusura totale dell’impianto porterebbe ad un rapido calo del reddito complessivo della popolazione; un aumento della disoccupazione giovanile e adulta; un peggioramento delle condizioni di povertà e marginalità; ed una profonda crisi del commercio locale e dei servizi. Così come sarebbero da non sottovalutare gli effetti sulla filiera industriale nazionale: l’acciao prodotto dall’Ilva è considerato un bene strategico per numerose filiere italiane, tra cui quelle dell’automotive, delle costruzioni, degli elettrodomestici e della meccanica avanzata. Senza considerare, poi, che la inevitabile e conseguente dipendenza dall’importazione di acciaio estero, aumenterebbe il costo dei prodotti italiani e ridurrebbe la competitività delle imprese.

La mancata applicazione degli articoli 42 e 43 della nostra Costituzione

Vale la pena, poi, fare altre riflessioni: la discussione sull’Ilva non è solo economica e sociale, ma anche costituzionale. Nello specifico la Costituzione italiana contiene due articoli fondamentali per i casi in cui un bene o un’attività assumono rilevanza strategica per la collettività: l’articolo 42 (2° comma) stabilisce che la proprietà privata può essere espropriata per motivi di interesse generale, dietro corresponsione di un giusto indennizzo. Ed inoltre l’articolo 43 (1° comma) prevede la possibilità che lo Stato, gli enti pubblici o comunità di lavoratori e utenti possano assumere in regime di esclusiva attività che riguardano servizi pubblici essenziali o fonti di energia, oppure situazioni di monopolio e che abbiano carattere di preminente interesse generale. Ebbene questi due articoli della nostra Costituzione, alla luce dell’attuale stallo nella vicenda Ilva, risultano completamente disattesi. E questo perché l’Ilva rientra perfettamente nella categoria delle attività di interesse generale, per tre motivi. Il primo attiene alla cosiddetta Strategicità industriale: l’Italia non dispone di alternative equivalenti in grado di sostenere la domanda nazionale di acciaio. C’è poi un altrettanto cruciale motivo legato all’Interesse occupazionale: migliaia di famiglie dipendono direttamente o indirettamente dal ciclo produttivo. Infine una motivazione che attiene l’Equilibrio territoriale: la sopravvivenza economica di Taranto è legata alla presenza dell’acciaieria. Eppure, a ben vedere, nonostante queste tre priorità, gli articoli 42 e 43 non sono stati mai utilizzati pienamente: lo Stato è entrato nel capitale sociale senza però assumere la piena gestione pubblica dell’attività; non è stato attivato alcun meccanismo di esproprio per interesse generale; e non è stata riconosciuta la natura di “servizio pubblico essenziale” alla produzione dell’acciaio, che avrebbe permesso un controllo pubblico stabile e diretto. La conseguenza è una gestione ibrida, fragile, spesso soggetta a contenziosi, che non permette né un risanamento ambientale compiuto né una pianificazione industriale di lungo periodo.

Caso British Steel: un modello di riferimento

Se si guarda all’estero abbiamo alcuni modelli di riferimento che vale la pena evidenziare. ad esempio il governo inglese ha emanato lo Steel Industry Bill, voluto dal premier laburista Keir Stramer per il passaggio sotto controllo pubblico dello stabilimento di Scunthorpe, dopo che i cinesi avevano dichiarato di voler fermare gli impianti. L’Inghilterra nonostante abbia una Costituzione consuetudinaria, e non scritta, ha ritenuto opportuno intervenire in un settore strategico quale è appunto l’acciaio.

Conclusioni

Il caso Ilva è uno dei simboli più evidenti della difficoltà italiana nel coniugare la tutela dell’ambiente, la salute dei cittadini, la salvaguardia del lavoro, una politica industriale lungimirante e l’applicazione coerente della Costituzione. Mentre la crisi dell’azienda continua a trascinarsi, gli strumenti previsti dalla Carta non vengono utilizzati nella loro piena potenzialità, lasciando il Paese in una posizione di incertezza permanente.

Dott. Paolo Brescia

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